Una struttura con un forte impatto visivo, consapevole delle esigenze funzionali legate alla produzione del vino. Arnaldo Pomodoro racconta la cantina-scultura progettata per la famiglia Lunelli

Il “Carapace” di Arnaldo Pomodoro per la Cantina della Tenuta Castelbuono a Bevagna

L’architetto Arnaldo Pomodoro ritratto da Carlo Orsi nel 2009 - Photo ©Studio Arnaldo Pomodoro
L’architetto Arnaldo Pomodoro ritratto da Carlo Orsi nel 2009 - Photo ©Studio Arnaldo Pomodoro

Trasformare un'opera d'arte in una cantina, rispettosa del paesaggio umbro nel quale va a inserirsi. Un progetto tra architettura e scultura. Arnaldo Pomodoro raccoglie queste sfide e le sintetizza nel “Carapace”, la cantina commissionatagli dalla famiglia Lunelli per la Tenuta Castelbuono a Bevagna, in provincia di Perugia. Progettata appositamente per il Sagrantino e il Rosso di Montefalco, la cantina è stata ufficialmente inaugurata il 16 giugno 2012. Il maestro Pomodoro svela alcuni retroscena della sua creazione.


Con quale spirito si è avvicinato a questo progetto, nel quale si è cimentato come architetto?

«Vorrei innanzitutto precisare che “Carapace” non è il primo progetto di una grande scultura. Basti pensare al progetto del 1973 per il nuovo cimitero di Urbino, poi non realizzato, ma anche all'opera “Moto terreno solare” per il Simposio Minoa a Marsala in Sicilia, che si sviluppa per una lunghezza di 90 metri in un giardino progettato dal paesaggista Ermanno Casasco. Ho sempre amato ambientare le opere all'aperto, tra la gente, le case, le vie di tutti i giorni, in un confronto diretto con lo spazio. Ecco, il progetto per la famiglia Lunelli, questa grande scultura-architettura, è per me un'esperienza nuova, soprattutto per la dimensione e per le problematiche relative agli aspetti funzionali dell'opera».


Si è ispirato al carapace della tartaruga, simbolo di longevità, per la copertura della cantina. In che misura questa intuizione è debitrice della fascinazione verso il territorio umbro?

«Il progetto nasce dalla visita e dallo studio dei luoghi: la tenuta è immersa in un ambiente naturale straordinariamente suggestivo che ricorda i paesaggi raffigurati nei quadri degli artisti del Rinascimento, paesaggi che identificano anche i luoghi del Montefeltro dove io sono nato. Il mio intervento non doveva disturbare la dolcezza delle colline dove si estendono i vigneti, anzi doveva integrarsi perfettamente con l'ambiente. La cantina si potrà vedere anche da lontano, in quanto ho progettato un elemento sculturale a forma di dardo che si conficca nel terreno, con valore di riferimento per chi si avvicina alla costruzione, e che al tempo stesso rappresenta l'attività dell'uomo e il legame con la terra».


Quali sono state le principali sfide nell'ideare e poi nel realizzare una scultura abitabile, come lei stesso l'ha definita?

«Per dare forma a questa idea, abbiamo lavorato come una grande “bottega”, dove ciascuno ha portato il meglio della propria professionalità e sensibilità: l'architetto Giorgio Pedrotti per le strutture, Ermanno Casasco per l'intervento paesaggistico, Barbara Balestreri per le luci, oltre al mio assistente Dialmo Ferrari e i collaboratori dello studio che, da sempre, mi seguono in tutto il mio lavoro. Le difficoltà maggiori che abbiamo dovuto affrontare sono stati gli interventi sculturali sul “carapace” che hanno richiesto un'invenzione tecnico-creativa da parte mia: da un lato, la modellazione degli elementi all'interno della cupola che dovevano corrispondere all'armonica composizione del progetto; dall'altro, la realizzazione della copertura esterna in rame con i segni e le crepe materiche».


Quali scelte progettuali sono state prese per coniugare l'inventiva artistica e la funzionalità di un luogo che deve tenere conto delle modalità di produzione del vino? Ha dovuto approfondire conoscenze di tipo enologico prima di affrontare il progetto?

«Certamente, essendo una cantina dove si produce del vino, un vino antico come il Sagrantino, tutti gli aspetti di carattere funzionale, soprattutto sul piano della cultura enologica, sono stati tenuti in grande considerazione, in modo particolare per la barricaia. Con me, per queste competenze, ha lavorato tutta la famiglia Lunelli: il patron Gino e Marcello Lunelli, l'enologo dell'azienda».

 

Nella foto in alto, Il “Carapace” di Arnaldo Pomodoro per la Cantina della Tenuta Castelbuono a Bevagna (2005-2012) - Photo ©Dario Tettamanzi