Una delle gare automobilistiche più famose del mondo, cantine di pregiato Marsala, villini liberty e immense tonnare: ancora oggi le tracce della famiglia Florio segnano l’Isola lasciando una testimonianza indelebile. Salvatore Requirez ci accompagna alla loro scoperta

Cantine Florio - Sicilia

Contornata dallo sfavillante scenario della Belle epoque siciliana, fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo si svolse l’epopea di una delle dinastie più conosciute e influenti dell’Italia meridionale. La racconta lo storico Salvatore Requirez, autore di diversi libri sull’argomento: «L’impero economico della famiglia Florio, che si sviluppa per circa 150 anni nella storia industriale del nostro Paese, conobbe un picco di ricchezza commerciale nei primi anni Settanta dell’Ottocento, quando Ignazio Florio acquisì il monopolio della marina mercantile del nuovo stato, fondando la Ngi, inglobando la Rubattino di Genova. Nell’immaginario collettivo, il periodo più fulgido dei Florio è animato dalle mondane gesta di Ignazio jr e della moglie Franca, celebrata da d’Annunzio, Boldini e diversi altri artisti internazionali».

Salvatore Requirez, autore di diversi libri sulla Targa e sulla famiglia Florio editi da Flaccovio Editore di Palermo
Salvatore Requirez, autore di diversi libri sulla Targa e sulla famiglia Florio editi da Flaccovio Editore di Palermo

Se dovesse scegliere i due luoghi che meglio rappresentano la storia dei Florio a Palermo, a quali penserebbe?

«In piena stagione liberty si collocano due principali topos della Palermo di inizio Novecento, divenuta grazie ai Florio crocevia di interessi culturali e nuovi itinerari turistici: il primo è Villa Igea, opera eclettica del palermitano Ernesto Basile, maestro dell’art nouveau all’italiana, lo stesso che curò nell’attuale versione l’aula di palazzo Montecitorio a Roma. La villa, nata come sanatorio, perchè la primogenita dei Florio era affetta da tubercolosi, venne presto trasformata in albergo di extralusso tra i più famosi d’Europa, grazie anche all’incantevole posizione a strapiombo sul golfo di Palermo e alla ricercatezza dei servizi offerti. Pregevole la sala da tè affrescata da Ettore de Maria Bergler in cui, coi flessuosi stilemi del liberty più autentico, vengono descritte a pieno perimetro le fasi che dalla notte portano al giorno attraverso la rappresentazione dei Floralia, celebrazioni ludiche di antica memoria. L’altro luogo è il villino di Vincenzo Florio di via Regina Margherita, un esempio di fiabesca realizzazione liberty dove i caratteri del modernismo si fondono a quelli della tradizione architettonica siciliana di estrazione medioevale. Fu recensito nelle maggiori riviste del settore fin dall’epoca del suo progetto e frequentato dalle principali teste coronate dell’epoca, compresi i reali d’Inghilterra e di Germania».


Fra le attività della famiglia Florio spicca la produzione di vino, in particolare del Marsala. Può descrivere la realtà delle Cantine Florio, ancora oggi attive?

«Risalgono all’insediamento produttivo voluto dai Florio nella contrada Inferno di Marsala. Alla stessa stregua di imprenditori inglesi insediatisi lì sin dai primi dell’800, Ingham, Woodhouse, Whitaker, per avviare una produzione di vino liquoroso che reggesse bene le lunghe tratte marinare e offrisse una valida alternativa all’abusato gusto del Madeira, i Florio attivarono un filone che provvedevano a distribuire nei mercati del mondo attraverso le loro navi. In mezzo secolo diventarono la principale azienda del settore, pluripremiata a livello internazionale, grazie anche al sapiente apporto di tecnici ed enologi di scuola francese. Imbattibili nell’azione di marketing e nella propaganda, mediata anche da parallele iniziative sportive e culturali, le Cantine Florio dovettero la loro fortuna, secondo alcuni, alla formidabile forza del marchio: un leone che beve. In realtà il leo bibens era il vecchio simbolo della drogheria nel cuore di Palermo da cui si mosse la fortuna dei Florio. È un leone febbricitante che beve da un rigagnolo l’acqua intrisa dalla corteccia delle piante di china. Proprio il chinino era un antipiretico che, finemente molito, si vendeva in quella drogheria che allora fungevano da farmacia».


Cosa è rimasto oggi sull’isola a ricordare la famiglia?

«Ancora oggi l’isola è pregna del verbo dei Florio, che avevano fatto di quelle terre brulle un distretto industriale fortissimo. Nella piazza principale di Favignana si erge la statua del munifico imprenditore mentre a poca distanza si alza il Castello, la residenza patronale disegnata da Giuseppe Damiani Almeyda, lo stesso architetto del Teatro Politeama di Palermo. Ma è nelle imponenti strutture delle tonnare di terra che si coglie ancora vivo il fascino di un’epoca. Mirabile esempio di archeologia industriale sono capannoni, malfaraggi, forni depositi e rimesse restaurati con perizia, che restituiscono l’atmosfera del tempo in cui in una sola stagione si riuscivano a lavorare diecimila tonni che venivano, in loco, puliti, tagliati, cotti, inscatolati, affogati nell’olio d’oliva e sterilizzati. Furono i Florio a produrre per primi il tonno in scatola sott’olio, soppiantando l’antica pratica che voleva la sua conservazione affidata solo alle botti sotto sale. Fu proprio la produzione del tonno quella che resistette più a lungo tra le molteplici attività dei Florio a dissesto economico avanzato, assicurando fino alla fine lauti guadagni con la benedizione di quanti - rais, manovalanze, cordari e pescatori - trovavano lì un lavoro per tutto l’anno, che culminava nella stagione delle mattanze, spettacolare e sanguinosa fase di pesca di origini antichissime».